Il medico è responsabile se antepone le direttive della struttura ospedaliera alle cure del paziente con la massima scrupolosità e coscienza. (Corte di Cassazione, Sezione 4 penale Sentenza 2 marzo 2011, n. 8254)

21 Agosto 2015

Nel praticare la professione, il medico deve, con scienza e coscienza, perseguire l’unico fine della cura del malato utilizzando i presidi diagnostici e terapeutici di cui al tempo dispone la scienza medica, senza farsi condizionare da disposizioni o direttive che non siano pertinenti ai compiti affidatigli dalla legge e alle conseguenti relative responsabilità. Ciò vale, in particolare, per le linee guida dettate dall’amministrazione sanitaria per garantire l’economicità della struttura ospedaliera (in ipotesi, per accelerare le dimissioni dall’ospedale non appena si raggiunga la stabilizzazione del quadro clinico del paziente), onde il medico, che ha il dovere anche deontologico di anteporre la salute del malato a qualsiasi altra diversa esigenza, e si pone rispetto a questo in una posizione di garanzia, non sarebbe tenuto al rispetto di tali direttive, laddove risultino in contrasto con le esigenze di cura del paziente, e non potrebbe andare esente da colpa ove se ne lasci condizionare, senza adottare le decisioni più opportune a tutela della salute del paziente.
(Nella specie, si era addebitato al medico addetto alle cure e alle terapie post operatorie di un malato sottoposto ad angioplastica coronaria con applicazione di uno stent medicato perché colpito da infarto miocardio con grave insufficienza respiratoria, di avere agito con negligenza, imprudenza e imperizia, per avere disposto la dimissione del paziente dall’ospedale a soli nove giorni di distanza dall’intervento, senza considerare adeguatamente le circostanze fattuali che avrebbe sconsigliato la dimissione (paziente a rischio specifico; gravità dell’infarto subito con esiti rilevanti e con una funzione del cuore compromessa; elevata mortalità dei pazienti con infarti del tipo di interesse). La Corte di appello, ribaltando la decisione di primo grado, aveva mandato assolto il medico, evocando, con il conforto delle indicazioni del perito, il rispetto da parte di questi delle linee guida che prevedevano la dimissione del paziente in caso di stabilizzazione del quadro clinico. La Cassazione, in accoglimento del ricorso del procuratore generale e delle parti civili, ha annullato con rinvio la decisione, per un migliore approfondimento e una più corretta motivazione in ordine alla valenza da attribuire alle linee guida ai fini dell’addebito di responsabilità: risultava contraddittoriamente e insufficientemente spiegato quale fosse il contenuto di tali linee guida e come le indicazioni a favore della dimissione potessero conciliarsi con la pur apprezzata gravità della patologia e degli esiti derivati. Al riguardo, la Corte, con l’affermazione sopra massimata, ha comunque precisato che mai potrebbero valere a escludere la responsabilità del medico linee guide dettate solo da esigenze di economicità di gestione dell’azienda ospedaliera, dovendo la condotta del sanitario sempre basarsi sulle effettive esigenze del paziente: tali esigenze dovevano essere considerate dal giudice di rinvio onde verificare se la decisione di dimettere il paziente, magari in ossequio alle linee guida, fosse stata corretta ovvero affrettata e, dunque, errata).