Tutti gli sprechi degli ospedali di Roma

22 Ottobre 2015

Roma

 

Conti da «codice rosso» per le aziende ospedaliere del Lazio: nel 2014 hanno subito perdite complessive per 660 milioni e 867 mila euro. Un «profondo rosso», perché il disavanzo ha colpito tutte le 9 aziende romane ed una, la San Camillo-Forlanini, ha raggiunto anche il primato del peggior deficit italiano: 158 milioni e 627 mila euro. Su scala nazionale il Lazio svetta anche nel podio delle peggiori «mobilità passive»: è al terzo posto (dietro Campania e Calabria), con 201 milioni e 575 mila euro, per i rimborsi dovuti alle altre regioni a causa delle prestazioni sanitarie erogate ai residenti laziali.

MEGLIO EMIGRARE

Un «pendolarismo sanitario» che è quasi quadruplicato negli ultimi 4 anni: nel 2011, infatti, il Lazio ha restituito alle altre regioni 55 milioni e 149 mila euro ed era al sesto posto, dopo Sicilia, Puglia ed Abruzzo. Scalzate, invece, negli ultimi 2 anni con i sempre più numerosi viaggi della speranza dei cittadini fuori dalla propria regione per trovare cure che il Lazio non offriva loro. O verso i privati, perché «il 79,1% delle famiglie laziali che hanno avuto bisogno di cure negli ultimi 2 anni- quantifica l’ultimo Rapporto Unipol-Censis- a causa delle lunghe liste d’attesa, si è rivolto alla sanità privata».

ATTESE INFINITE

File che, per visite specialistiche ed esami ambulatoriali in regime di prenotazione «ordinaria», vale a dire le richieste fatte dai medici che sono urgenti, arrivano a contare 22 appuntamenti oltre i 300 giorni, 73 oltre i 200 e ben 118 oltre i 100. E così cresce l’insoddisfazione dei (fin troppo) pazienti: 8 residenti su 10 nelle province di Latina, Frosinone, Rieti e Viterbo bocciano il servizio sanitario regionale, sul quale «i pareri positivi riguardano il 20,1%». Percentuale che raddoppia nella capitale: «Il funzionamento della sanità regionale è giudicato buono dal 42,7% dei romani – annota il Rapporto- valore superiore alla media nazionale, pari al 41,7%».

COSTI FUORI CONTROLLO

Ma ad essere superiore è soprattutto la spesa delle 9 aziende ospedaliere romane che, leggendo i dati dell’Agenas (l’agenzia nazionale per i servizi sanitari, ndr) hanno il record nazionale dei costi: 2 miliardi e 211 milioni di euro i loro oneri complessivi sostenuti nel 2014. Con una concentrazione di bilanci in rosso che vede nel Lazio oltre un quarto delle 31 aziende ospedaliere italiane che hanno chiuso lo scorso anno in deficit (su un totale di 108). Se la perdita peggiore è del San Camillo, che conta 1.072 posti letto, quella proporzionalalmene più pesante è però quella del San Filippo Neri, che ha raggiunto i due terzi dello stesso deficit (104 milioni e 552 mila euro) a fronte però della metà dei letti: 542. Anche il Sant’Andrea ha totalizzato un terzo del passivo-record del San Camillo (53 milioni e 708 mila euro), di cui però ha meno della metà dei posti letto (467). Ma l’ospedale che costa di più è l’Umberto I: 505 milioni e 248 mila euro (mentre il disavanzo è di 89 milioni e 229 mila euro). La struttura universitaria beneficia però anche del Fondo sanitario nazionale più alto di tutti gli ospedali: 112 milioni. Quasi il doppio di quelli erogati al San Camillo (68 milioni), a cui contende il record dei posti letto (1.230 contro 1.072). L’Umberto I è risultato però il più «attraente» per i trasferimenti dagli altri ospedali, con un «saldo mobilità positivo» doppio rispetto al San Camillo (23,8 milioni contro gli 11,7). Ed anche quello più più capace di generare «entrate proprie» (301 milioni e 529 mila euro contro i 216.767). Riuscendo ad incassare più fondi dalle varie prestazioni, visite ambulatoriali ed esami specialistici, erogati dai medici al di fuori dell’orario di lavoro («saldo intramoenia» di 3 milioni a fronte dei 2 e 646 mila euro del San Camillo.

CONSULENZE D’ORO

Però l’Umberto I è anche l’azienda che si avvale di molte più consulenze, con un costo ben 50 volte superiori al San Camillo: 58 milioni e 905 mila euro contro un milione e 138. Mentre il San Camillo presenta il doppio delle spese per il personale: 236 milioni contro i 116 dell’Umberto I. Nel quale si sono sostenuti costi ben 7 volte superiori per i beni non sanitari (4 milioni e 455 mila euro a fronte dei 625 mila del San Camillo). Anche per i servizi sanitari la spesa è più che raddoppiata all’Umberto I (24 milioni e 974 mila euro) rispetto al San Camillo (11 milioni e 739 mila euro). Mentre è più che triplicata la spesa per farmaci ed emoderivati del Policlinico (106 milioni e 993 mila euro) in confronto ai 34 milioni e 841 mila euro fatturati dal San Camillo. Boom di spese per la «medicina convenzionata», invece, per Tor Vergata (15 milioni e 683 mila euro), ben 26 volte superiori a quelle del San Camillo (598 mila euro), mentre quest costi sono stati azzerati all’Umberto I. Nel quale, però, impazzano le spese per le «prestazioni di trasporto sanitario» (un milione e 484 mila euro), 8 volte superiori rispetto al San Camillo (186 mila euro).

Antonio Sbraga