COVID-19 E LA RESPONSABILITA’ DELLE STRUTTURE SANITARIE

21 Maggio 2020

In questo momento storico in cui si parla solo di Coronavirus e delle innumerevoli vittime che ha provocato, una delle domande più frequenti e dibattute che ci si pone in ambito giuridico è se sia possibile ravvisare potenziali profili di responsabilità civile a carico delle strutture sanitarie per le infezioni da Covid-19 ivi contratte.

Le infezioni ospedaliere o “nosocomiali” possono manifestarsi sia durante un periodo di degenza che nel periodo successivo alle dimissioni dalle strutture di ricovero, ma che a questo potrebbero essere causalmente riferibili, per tempo di incubazione, agente eziologico e modalità di trasmissione al ricovero medesimo.

Le cause che determinano le suddette infezioni possono essere affollamento degli ambienti di ricovero oppure una poco efficiente organizzazione e strutturazione degli ambienti; anche il paziente che ha subito diversi interventi invasivi è più a rischio, così come chi è sottoposto per lungo tempo a terapie con farmaci immunosoppressivi. Altri fattori di rischio sono rappresentati dall’età (anziani, neonati) e dalla compresenza di altre patologie.

La struttura può contrastare le infezioni nosocomiali attraverso programmi di controllo, sorveglianza, protocolli di gestione delle epidemie e procedure per aumentare la sicurezza degli ambienti e degli operatori (Igiene delle mani e isolamento, individuazione di pazienti a rischio, individuazione di serbatoi e meccanismi di trasmissione, aggiornamento continuo del personale medico).

La diffusione del Covid, che ha trovato ambiente fertile proprio e soprattutto nelle strutture ospedaliere, ha aperto la strada a numerosi dibattiti sull’adeguatezza degli strumenti preesistenti e finalizzati a prevenire o fronteggiare eventi simili, nonché sull’esigibilità di alcune condotte da parte della struttura sanitaria stessa.

Dal punto di vista giuridico la struttura sanitaria ha una responsabilità contrattuale e, in caso di infezioni reclamate dai ricoverati e asseritamente da questi contratte durante la degenza, su di essa ricade l’onere di provare il corretto e diligente adempimento, nonché la riconducibilità del danno a causa non imputabile ad essa, onere sicuramente complesso in caso di infezioni ospedaliera.

Rimanendo sempre sul profilo probatorio, ma spostandoci sulla prova liberatoria – imprevedibilità e inevitabilità dell’infezione – è opportuno segnalare come comunemente le infezioni ospedaliere sono considerate in medicina come delle complicanze, cioè un evento dannoso astrattamente prevedibile ma difficilmente evitabile. In ambito giuridico però non sussiste una soluzione simile, e le uniche soluzioni percorribili sono o che il peggioramento è prevedibile ed evitabile, ed in tal caso porterà all’insorgenza di responsabilità della struttura, ovvero che è imprevedibile ed inevitabile, ed in tal caso integra gli estremi della causa non imputabile ai sensi dell’art. 1218 c.c. Anche al fine della prova liberatoria, pertanto, assumerà valore decisivo perla struttura sanitaria la dimostrazione di aver tenuto un comportamento conforme a leges artis, mediante strumenti organizzativi idonei a prevenire le infezioni ospedaliere, ed il rispetto di tutte le norme, regolamenti, ordini o discipline, rendendo così i pochi casi poi verificatisi eventi davvero del tutto imprevedibili e inevitabili.

Con riferimento alla diffusione incontrollata del Covid-19 c’è da dimostrare che l’epidemia e il contagio all’interno degli ospedali fossero eventi del tutto imprevedibili e inevitabili, specie nel momento in cui la diffusione del virus era ormai divenuta nota alle autorità sanitarie. La responsabilità in capo alla struttura allora si configurerebbe come una responsabilità generalmente omissiva, per non aver posto in essere misure adeguate al fine di evitare il contagio all’interno delle strutture, ad esempio mediante apposite misure di isolamento considerando anche che il covid si è sviluppato, contrariamente alle normali infezioni nosocomiali, all’esterno dell’ospedale e non già al suo interno.

La domanda da porsi, allora, sarebbe se l’ospedale ha adoperato tutti gli strumenti in suo possesso per impedire che al suo interno si verificasse la diffusione tra il personale, oltre che tra i pazienti, del virus letale.

Si tenga tra l’atro presente che lo stato di allerta per la diffusione del virus era già noto a fine gennaio ed il 22 febbraio il Ministero della Salute emanava la prima circolare contenenti norme tecniche per le strutture sanitarie. Norme, queste, con la finalità di orientare il comportamento delle strutture sanitarie e che quindi, ove non fossero state rispettate, potrebbero comportare l’insorgere di responsabilità della struttura, ovviamente valutando sempre il caso concreto.