Gli ambulatori? Sono aperti, anzi no

9 Giugno 2020

Ventiquattro milioni di malati cronici che aspettano di essere visitati dagli specialisti. Undici milioni con urgenza. Ma ancora non si riparte. Manca il personale, e non ci sono i dispositivi di protezione per medici e pazienti. La proposta: allungare l’orario di lavoro per recuperare i ritardi

di SIMONE VALESINI

La macchina della sanità si è paralizzata di fronte a Covid 19, e ora stenta a ripartire. Ma il bisogno di salute degli italiani non può più attendere: pazienti oncologici, malati cardiovascolari, diabetici, e più in generale i circa 24 milioni di italiani affetti da malattie croniche, hanno bisogno di tornare ad essere presi in cura dagli specialisti. Il problema – denuncia Senior Italia Federanziani – è che gli ambulatori specialistici territoriali continuano a rimanere chiusi lungo quasi tutta la penisola. Spesso per mancanza di personale, o di quei dispositivi di protezione individuale che dovrebbero permettere di riprendere le attività in tutta sicurezza, ma che per ora in molte regioni rimangono un miraggio.

Il tema è stato al centro di una tavola rotonda virtuale che ha visto la partecipazione delle principali società scientifiche italiane e delle organizzazioni di medici riunite nell’advisory board di Senior Italia. Un occasione per fare il punto sulla lenta riapertura della rete di ambulatori specialistici territoriali del nostro paese, e raccogliere suggerimenti e proposte per facilitare il processo. “Quel che è emerso dall’incontro è che anche i medici ritengono che sia tempo di ripartire con le visite specialistiche – spiega la portavoce di Senior Italia Eleonora Selvi – mancano però indicazioni chiare sui tempi e le modalità di questo ritorno alla normalità. Al momento quello che vediamo è una ripartenza a macchia di leopardo, e problemi pratici da risolvere anche nelle regioni che si sono già date delle linee guida per riaprire gli ambulatori specialistici”.

I dispositivi di protezione

La situazione sul territorio è complessa – spiegano dal Sumai, il sindacato unico di medicina ambulatoriale italiana e professionalità dell’area sanitaria – e varia notevolmente non solo da regione a regione, ma anche da città a città, da asl ad asl, e persino da specialità a specialità. “In molte Asl mancano i dispositivi di protezione individuale, sia quelli destinati ai medici che quelli necessari per i pazienti”, spiega Antonio Magi, Segretario Sumai e Presidente dell’Ordine dei medici di Roma. “A questo va sommata la cronica mancanza di personale che affligge gli ambulatori specialistici italiani, che in questa fase si fa sentire ancor di più, visto che i tempi di visita saranno allungati per garantire la sanificazione degli ambienti e le misure di distanziamento sociale”.

11 milioni di visite urgenti

E dire che la situazione si fa più seria di giorno in giorno: a causa del blocco delle attività degli scorsi mesi – racconta Magi – ci sono ormai 11 milioni di pazienti che hanno urgentemente bisogno di una visita specialistica, che vanno a sommarsi agli appuntamenti già presi, e rischiano di allungare drammaticamente le liste d’attesa (già problematiche prima dell’epidemia) in tutto il paese. Considerando che nel nostro paese ci sono almeno 24 milioni di pazienti che soffrono di malattie croniche, e che queste uccidono circa 350mila persone in un’annata normale, è facile comprendere che il ritorno alla piena attività degli ambulatori specialistici è più che mai urgente, e che ulteriori ritardi rischiano di far impallidire i danni provocati direttamente da Covid 19.


Non a caso, negli scorsi giorni associazioni di pazienti e società scientifiche coinvolte nella lotta contro il tumore al seno hanno lanciato un appello alle Regioni e al Ministero della Salute, per chiedere una ripresa immediata delle attività di screening per la diagnosi precoce. Un diritto previsto nei livelli essenziali di assistenza (i famosi Lea), e soprattutto uno strumento fondamentale per migliorare la prognosi delle oltre 53mila donne che ogni anno in Italia si ammalano di tumore al seno, che non deve subire ulteriori ritardi.

Le proposte

Come accelerare il ritorno alla normalità? Tra le proposte emerse dalla tavola rotonda organizzata da Senior Italia troviamo il rafforzamento del numero di specialisti negli ambulatori e la valorizzazione del lavoro multidisciplinare, un maggiore ricorso alla telemedicina e al telemonitoraggio, alla medicina personalizzata e alla somministrazione delle terapie a domicilio, ove possibile, anche prevedendo, come accade in oncologia, la consegna dei farmaci a domicilio o nella farmacia di prossimità. Bisognerebbe inoltre rafforzare il rapporto tra centri ospedalieri, poliambulatori specialistici territoriali e la medicina generale, puntando sull’integrazione e il ricongiungimento del dato tra medicina del territorio (medicina generale e specialistica ambulatoriale) e specialistica ospedaliera, attraverso una grande accelerazione sul fascicolo sanitario che dovrebbe essere impressa a livello centrale.

 38 ore a settimana

“La cosa più urgente è rafforzare il personale a disposizione delle Asl, e una soluzione semplice sarebbe quella di allungare l’orario di lavoro, che oggi negli ambulatori specialistici del Servizio Sanitario Nazionale è di circa 20 ore a settimana”, assicura Magi. “Visto che nel nostro paese ci sono 15mila specialisti, basterebbe portare l’orario di lavoro a 38 ore a settimana per risolvere, almeno in parte, i problemi legati alla carenza di organico. Chiaramente serviranno investimenti importanti e tempestivi, ma se c’è una cosa che dobbiamo imparare dall’emergenza che stiamo ancora affrontando è che investire nella sanità pubblica è un modo per risparmiare sul lungo periodo. Senza i tagli e il disinteresse degli ultimi decenni sicuramente avremmo potuto affrontare questa crisi in modo più efficace, con meno danni e meno vittime”.

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