Malasanità Ferrara, la denuncia.”Diciassette ore in ospedale per un gesso” È successo a una 95enne, al pronto soccorso senza poter avere i propri cari accanto a causa delle restrizioni imposte dal coronavirus

28 Luglio 2020

Ferrara, 25 luglio 2020 – Diciassette ore di attesa al pronto soccorso, distante dai propri cari e senza riuscire ad andare in bagno. È accaduto lo scorso 25 giugno a Giannina Tapparello, 95enne ferrarese che dopo essersi fratturata un polso e procurata un trauma cranico con una ferita cadendo in casa. La donna è andata quindi al pronto soccorso all’ospedale di Cona. Quello che la vivace signora, peraltro campionessa di burraco, e sua nipote non potevano immaginare, però, era la lunga trafila per ottenere soccorso che le aspettava.

L’emergenza da Covid-19 ha indubbiamente ricalibrato servizi e pretese: mascherine, guanti, gel igienizzanti, distanziamento sociale, tempi un po’ più allungati, spazi reinterpretati. Ma può una nonnina passare quasi una giornata al pronto soccorso? “Tutto ha inizio alle 19.50, come riportano anche le carte del pronto soccorso, dopo aver chiamato l’ambulanza per l’enorme perdita di sangue” spiega la nipote Alessia Carli. Il 118 la porta all’ospedale Sant’Anna di Cona. Son circa le 20 all’arrivo a Cona. A un’ora dal suo ingresso al pronto soccorso, arriva quindi la nipote, per capire la situazione,ma nessun familiare può stare vicino alla 95enne, vigono le disposizioni anti diffusione da coronavirus. “Al mio arrivo, ci sono una ventina di persone in barella”, racconta, ma il numero continua a salire. Quello che non aumenta è il numero dei medici: nessuno avvistato, durante tutta la nottata, e gli “infermieri e gli assistenti presenti purtroppo non assistono nessuno”. “Quasi nessuna delle persone presenti è stata visitata”, quelle poche si contano sulle dita della mano.

Intanto il tempo passa , “molte persone iniziano a reclamare, di dover andare in bagno oppure di volere dell’acqua”. Giannina Tapparello è fortunata, la nipote riesce a portarle qualcosa da bere, gli altri restano a bocca asciutta. Quanto manca per la prima visita? Nessuno sa rispondere. Passano ancora altre ore, sono le 5 del mattino: per ‘Nonna burraco’ intanto sono già passate nove ore dall’ingresso a Cona. Intanto le sono stati messi i punti alla ferita in testa, ma il polso, fratturato e senza del ghiaccio, si è gonfiato. Alle 6 del mattino la donna viene spostata: le analisi del sangue sono state fatte alle 5.33, la tac alle ore 9.51. “Viene sistemata in un ambulatorio e lasciata lì diverse ore – continua a raccontare la nipote – Alle mie richieste di capire dove sia stata portata, tutti gli operatori mi rispondono che non ne sanno nulla. Alle 8 arriva una referente, alquanto alterata – specifica Carli – e comunica che dalle disposizioni esposte all’ingresso chi è di troppo deve uscire. Il malo modo io e altri tre parenti veniamo spinti fuori dal pronto soccorso, verso il parcheggio”. Dopo un po’ la chiama la nonna al cellulare, che fortunatamente ancora un po’ carico: “Mi dice disperata che deve assolutamente andare in bagno, ma non vede nessun assistente a cui chiedere aiuto e si trova in un ambulatorio isolato”.

La nipote , esasperata, corre di nuovo in pronto soccorso a monitorare la situazione, “inseguita da alcune infermiere e dalla sicurezza”. La donna arriva giusto in tempo, perché la nonna “si è alzata da sola dalla barella e stava per cadere”. Questo è troppo, mentre la accompagna al bagno, decidono di lasciare l’ospedale. Ed è allora che “una dottoressa, l’unica comprensiva ed educata che abbiamo incontrato, ci rassicura che avrebbero fatto a breve le radiografie al polso”. Sono le 10, alle 11.08 vengono fatti i raggi al polso. Passa un’altra ora e mezza “prima di uscire dall’incubo’ con la documentazione necessaria”. Fine dell’agonia. Peraltro non era la prima volta. La donna era già stata al pronto soccorso qualche settimana prima, l’8 giugno, a causa di uno svenimento. “Anche allora, 13 ore erano passate senza avere notizie”, se non che dovevamo attendere perché si liberasse un letto per il ricovero. Alessia Carli ha segnalato l’avvenuto anche al tribunale del malato. “Credo che il tempo del ’pretesto Covid’ sia terminato – conclude – oltre alle tempistiche infinite, quello che più pesa è l’arroganza e la maleducazione con le quali ci sisiamo ritrovate, per ben 17 ore”.

di ANJA ROSSI – Il resto del Carlino